C'è un punto, lungo uno dei lungomare più celebri d'Italia, dove la roccia diventa architettura. Dove il tufo giallo si solleva dalle acque e prende forma di bastioni, torri e muraglioni. Vista dalla costa, la sagoma appare come uno scafo ancorato per sempre al golfo.
Non è un miraggio. È pietra viva, stratificata da quasi tremila anni di storia.
Un approdo antico quanto la civiltà
L'isolotto su cui sorge questa fortezza si chiama Megaride. Nel VII secolo avanti Cristo, i Cumani, navigatori di origine greca, sbarcarono proprio qui. Cercavano un punto sicuro per fondare un insediamento.
Lo trovarono.
Da quel primo approdo nacque Partenope, il nucleo originario di quella che sarebbe diventata una delle città più importanti del Mediterraneo. Nel 1949, durante lavori edilizi nella zona retrostante, venne scoperta una necropoli che confermò l'antichità del sito.
Da villa romana a rifugio di monaci
Nel I secolo avanti Cristo, il generale romano Lucio Licinio Lucullo acquistò l'intera area. Fece costruire una residenza sontuosa, con giardini e fontane che si estendevano verso la terraferma.
Di quella villa restano oggi alcune colonne, inglobate in una sala che per secoli fu utilizzata come refettorio.
Da chi?
Dal V secolo, l'isolotto ospitò una comunità monastica. I religiosi adottarono la regola benedettina e fondarono uno scriptorium, un centro di trascrizione di manoscritti antichi. Vivevano in celle scavate direttamente nella roccia tufacea.
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La trasformazione in fortezza
Nel X secolo, i duchi della zona decisero di trasformare il complesso in un presidio militare. La posizione era troppo strategica per lasciarla a disposizione di eventuali invasori saraceni.
Ma la vera svolta arrivò nel 1140.
Ruggiero il Normanno conquistò il ducato e scelse proprio questo scoglio come residenza. Avviò la costruzione di una vera fortezza. La prima torre, chiamata Normandia, serviva come punto di avvistamento e issava le bandiere del regno.
Meno di un secolo dopo, Federico II di Svevia fece erigere altre tre torri: quella di Colleville, la Maestra e quella di Mezzo. Il castello divenne residenza reale, ma anche prigione di stato.
Dominazioni e bombardamenti
Con gli Angioini, la corte si spostò in un altro maniero più centrale. Eppure la fortezza sul mare continuò a custodire il tesoro reale e a ospitare la famiglia regnante nei momenti di pericolo.
Fu in epoca angioina che il castello assunse il nome con cui è conosciuto ancora oggi. Un nome legato a un'antica leggenda popolare.
Nel 1370, un violento terremoto fece crollare parte dell'arcata naturale che collegava i due scogli dell'isolotto. La regina Giovanna I ordinò la ricostruzione in muratura.
Gli Aragonesi, nel XV secolo, potenziarono ulteriormente le difese. Abbassarono le torri per adattarle alle nuove esigenze dell'artiglieria, ispessirono le mura. Ma guerre e assedi lasciarono il segno. Nel 1503, durante i conflitti tra Francia e Spagna per il controllo del regno meridionale, la struttura fu pesantemente danneggiata.
Venne ricostruita ancora una volta. Le torri assunsero la forma ottagonale che mostrano tuttora.
Una vista che toglie il fiato
Oggi la fortezza è aperta al pubblico, con ingresso gratuito. Gli interni sono spogli, le sale utilizzate per mostre, convegni ed eventi culturali.
Ma il vero spettacolo è altrove.
Dalle terrazze, in particolare dalla Terrazza dei Cannoni, si apre un panorama che abbraccia l'intero golfo. Da un lato, la distesa del mare. Dall'altro, la città che si arrampica sulle colline. E all'orizzonte, inconfondibile, la sagoma del Vesuvio.
Alla base delle mura si trova il Borgo Marinari, un piccolo porticciolo con ristoranti e storici circoli nautici. Luci calde, barche ormeggiate, il rumore delle onde.
La rivelazione
Questa nave di pietra, questo scoglio trasformato in bastione, questo luogo dove si intrecciano mito greco e storia medievale, si trova nel cuore del lungomare partenopeo.
È Castel dell'Ovo, a Napoli.
Il castello più antico della città. E uno dei simboli più fotografati dell'intero golfo.






