Il borgo delle streghe più affascinante d'Italia si nasconde in un angolo di Liguria

Pubblicato il

Scritto da

Nicola

Il borgo delle streghe più affascinante d'Italia si nasconde in un angolo di Liguria

Da qualche parte nell'entroterra ligure di ponente, lontano dalle spiagge e dal rumore della costa, una strada si arrampica per tornanti stretti tra castagni e boschi fitti. Sale, sale ancora. Poi, all'improvviso, il verde si apre e compare un borgo di pietra grigia aggrappato alla montagna come se ci fosse cresciuto sopra.

Quasi ottocento metri di altitudine. Poche centinaia di abitanti. Vicoli così stretti che il sole ci entra solo a mezzogiorno. Case addossate le une alle altre, portali scolpiti nella pietra nera locale, gatti che osservano i passanti dai davanzali con l'aria di saperne più di tutti.

Un posto che sembra fermo nel tempo. E in un certo senso lo è, perché qui il passato non se n'è mai andato davvero.

Quando il grano smise di crescere

Bisogna tornare indietro di oltre quattro secoli. Siamo nel 1585 e la fame morde questo angolo di Liguria. I raccolti vanno male, il grano non basta, la gente patisce. La carestia, in realtà, ha cause molto concrete: diversi storici hanno ricostruito come i proprietari terrieri locali stessero accumulando derrate alimentari per speculare sui prezzi. Ma la popolazione non lo sa, o non vuole crederci.

Due anni di stomaci vuoti e nessuna risposta. Serve un colpevole.

Lo sguardo della comunità cade sulle donne. Quelle più vulnerabili, naturalmente. Anziane che vivono sole nel quartiere più povero del borgo, un ammasso di case fatiscenti chiamato la Cabotina. Guaritrici, erboriste, donne che conoscono le piante e i rimedi della tradizione. Figure tollerate per anni, a volte persino cercate. Di colpo diventano il problema.

La predica che scatenò il terrore

Nell'ottobre del 1587 il Parlamento locale chiede ufficialmente l'intervento delle autorità religiose. Arriva Girolamo Dal Pozzo, vicario dell'inquisitore di Albenga, un sacerdote che non ha dubbi: il maligno è all'opera.

La scena che segue ha qualcosa di agghiacciante nella sua semplicità. Durante la messa, al momento della predica, Dal Pozzo si rivolge ai parrocchiani e chiede loro di denunciare le streghe. Da quel momento è il caos.

Vengono arrestate circa trenta donne, insieme a quattro ragazze e un ragazzo. Le confessioni si ottengono con la tortura, nelle case private trasformate in prigioni improvvisate. La più nota diventa la cosiddetta "Cà de baggiure", la casa delle streghe.

Le conseguenze sono immediate e tragiche. Isotta Stella, una sessantenne di famiglia nobile, muore per i supplizi subiti. Un'altra donna si lancia dalla finestra nel tentativo disperato di fuggire e perde la vita. Le accuse si allargano a macchia d'olio, arrivando a coinvolgere persino famiglie dell'élite locale.

A quel punto il Consiglio degli Anziani, che rappresenta le casate più influenti del borgo, si spaventa. Non per compassione verso le accusate, va detto, ma perché il cerchio delle denunce si sta stringendo anche intorno ai suoi membri. Nel gennaio del 1588 scrive al governo della Repubblica di Genova chiedendo di fermare il processo.

L'uomo che peggiorò tutto

Genova risponde, ma non nel modo sperato. Nel giugno del 1588 invia un commissario straordinario, Giulio Scribani, che invece di calmare le acque le incendia. Scribani ordina nuovi arresti, estende la caccia alle streghe fino a Sanremo e Castel Vittorio, sottopone le prigioniere a interrogatori ancora più feroci. Tredici donne vengono trasferite nelle carceri di Genova.

Il commissario chiede la condanna a morte per quattro di loro.

Il governo genovese, stavolta, esita. Vuole altre prove. Il giureconsulto Serafino Petrozzi, incaricato di riesaminare il caso, mette in dubbio la validità di confessioni ottenute sotto tortura. Si apre un conflitto di giurisdizione tra l'autorità civile e quella religiosa, con l'Inquisizione romana che rivendica la competenza esclusiva sulla materia.

Nel frattempo le donne restano in carcere, in attesa.

Il processo si chiude ufficialmente nell'aprile del 1589, dopo quasi due anni. La sorte esatta di tutte le prigioniere resta in parte sconosciuta, anche se diversi storici ritengono che la maggior parte fu alla fine rilasciata. Ma il danno era fatto: vite spezzate, famiglie distrutte, una comunità avvelenata dal sospetto.

Dove la memoria è diventata identità

Quello che è successo dopo, nei secoli, è forse la parte più interessante di questa storia.

Il borgo non ha rimosso nulla. Non ha fatto finta di niente. Ha preso quella pagina terribile e l'ha messa al centro della propria identità, trasformandola in qualcosa di completamente diverso.

La Cabotina è ancora lì, con i suoi muri sbrecciati e un cartello che ne racconta la funzione sinistra. Ma oggi ci si va per ricordare, non per accusare.

Il Museo Etnografico e della Stregoneria, ospitato in parte proprio nelle antiche prigioni dove le donne furono rinchiuse, conserva documenti originali del processo, ricostruzioni delle scene di tortura, pannelli che guidano il visitatore attraverso ogni fase della vicenda. Quattro sale intere dedicate a quel capitolo buio, con un approccio che mescola rigore storico e impatto emotivo.

Ogni estate una festa chiamata Strigora richiama visitatori da tutta la penisola. La notte di Halloween il borgo si anima di fiaccolate e spettacoli. Le botteghe dei vicoli vendono erbe, amuleti, prodotti locali, tutto con un richiamo discreto alla tradizione magica del luogo. Persino i gatti neri, qui, sembrano parte della scenografia.

Le donne perseguitate alla fine del Cinquecento non sono più figure dimenticate, sepolte tra le pieghe di un archivio genovese. Sono diventate il cuore pulsante di questo posto, un simbolo di ingiustizia riconosciuta e di memoria che non si arrende.

Dove si trova

Chi risale la Valle Argentina, in provincia di Imperia e arriva fin quassù scopre che quel borgo di pietra arroccato sulla montagna si chiama Triora. Un nome che secondo la tradizione locale deriva da "Tria Ora", tre bocche, a indicare i tre prodotti storici del territorio: grano, vite e castagno.

Oggi è conosciuta in tutta Italia come il paese delle streghe, la Salem della penisola. Un luogo dove le accusate di ieri sono diventate le eroine di oggi e dove il passato più cupo si è trasformato, con pazienza e coraggio, nel motivo per cui vale la pena salire fin lassù.

Foto dell'autore

Nicola

Appassionato di viaggi e cultura, ama esplorare città, borghi e luoghi meno battuti. Racconta ciò che scopre con curiosità e uno sguardo attento ai dettagli che fanno la differenza.

Ci sei stato? Racconta la tua esperienza