Case vuote, finestre sbarrate, strade invase dai rovi. Poi qualcuno arriva, vede qualcosa che altri non vedevano e decide di restare.
In Italia esistono centinaia di borghi abbandonati. Ma alcuni hanno avuto una seconda possibilità. Da ruderi a atelier, da macerie a alberghi diffusi, da silenzio a festival internazionali. Storie diverse, un filo comune: la rinascita è possibile. Ora vi racconto le loro storie, ne riconosci qualcuno? Ti svelerò i nomi solo alla fine.
Il terremoto e gli artisti
Era il 23 febbraio 1887, un mercoledì delle ceneri. Un violento terremoto colpì l'entroterra ligure, distruggendo un borgo medievale alle spalle di Sanremo. Gli abitanti furono evacuati e fondarono un nuovo paese a valle. Il vecchio centro restò abbandonato per oltre sessant'anni.
Alla fine degli anni Cinquanta, un ceramista torinese di nome Mario Giani, conosciuto come Clizia, visitò quelle rovine e ci vide qualcosa di diverso: un luogo perfetto per creare. Con altri artisti, iniziò a ristrutturare gli edifici meno danneggiati usando le stesse macerie del sisma.
Oggi quel borgo ospita una comunità internazionale di artisti, botteghe artigiane, atelier di pittura, scultura e ceramica. La chiesa seicentesca, con le navate ancora a cielo aperto, è diventata il simbolo di una ferita trasformata in bellezza.
La mano di pietra
All'estremo sud della Calabria, una rupe dalle sembianze di una gigantesca mano a cinque dita sovrasta un borgo dal nome greco. I terremoti del 1783 e le alluvioni successive lo condannarono allo spopolamento progressivo. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento venne dichiarato inabitabile e abbandonato definitivamente.
Dagli anni Ottanta, volontari da tutta Europa iniziarono il recupero. Le case in pietra sono diventate alloggi di ospitalità diffusa, sono nate botteghe artigiane del legno, del vetro, della ceramica. Nel borgo è stato aperto un Museo delle tradizioni popolari.
Dal 2006 un festival internazionale di cortometraggi trasforma questo luogo in un cinema a cielo aperto: le case disabitate diventano sale di proiezione, i vicoli si animano di registi e spettatori arrivati da tutto il mondo.
I più letti oggi:
La città che muore
Su uno sperone di tufo nel cuore della Tuscia laziale, un borgo fondato dagli Etruschi quasi 2500 anni fa sembrava condannato a scomparire. L'erosione della rupe, causata da piogge e torrenti sotterranei, ha dato a questo luogo il soprannome di "città che muore".
Per secoli il borgo si è svuotato. Oggi conta pochissimi residenti permanenti, ma accoglie oltre 700.000 visitatori l'anno. Il turismo ha portato nuova vita: botteghe, ristoranti, strutture ricettive. Il ponte pedonale costruito negli anni Sessanta, unico accesso al centro storico, è diventato uno dei percorsi più fotografati d'Italia.
Il borgo è candidato a Patrimonio dell'UNESCO e fa parte dei Borghi più belli d'Italia.
L'imprenditore ribelle
Sulle montagne abruzzesi del Gran Sasso, un borgo medievale stava morendo in silenzio. In cento anni aveva perso il novanta per cento della popolazione. Poi, alla fine degli anni Novanta, un giovane imprenditore italo-svedese arrivò in moto e se ne innamorò.
Si chiamava Daniele Kihlgren, erede di una famiglia del cemento e decise di fare l'opposto di ciò che il suo cognome suggeriva: conservare invece di costruire. Nel 2004 inaugurò un albergo diffuso basato sul restauro filologico delle antiche abitazioni. Niente cemento, niente modernizzazioni invasive. Pareti annerite dal tempo, mobili originali recuperati sul posto, candele al posto delle luci al neon.
Da tre strutture ricettive, il borgo è passato a oltre venti. Nel 2016 l'Università di Roma Tor Vergata ha conferito a Kihlgren un dottorato honoris causa per il valore culturale del progetto.
Il borgo sommerso
Ai piedi delle Alpi Apuane, in Garfagnana, un piccolo paese medievale sorgeva lungo un torrente. Nel Medioevo era un hospitale per viandanti e pellegrini. Poi, alla fine degli anni Quaranta, una diga sbarrò il corso d'acqua e creò un lago artificiale che sommerse parte dell'abitato.
Gli ultimi residenti se ne andarono negli anni Settanta. Il borgo divenne un fantasma. Ma nel 2016 un finanziamento di quasi due milioni di euro dal "Progetto Bellezza" del Governo permise di avviare un recupero ambizioso. Le casette in pietra con i tetti di ardesia sono diventate un albergo diffuso affacciato su acque color smeraldo.
Ogni dieci anni, quando il bacino viene svuotato per manutenzione, riemergono dal fondo i resti del vecchio mulino e di un ponte di pietra: la memoria di ciò che era.
Dove si trovano
Questi cinque borghi hanno nomi e storie diverse, ma condividono la stessa lezione: l'abbandono non è una condanna definitiva.
Sono Bussana Vecchia in provincia di Imperia, Pentedattilo in provincia di Reggio Calabria, Civita di Bagnoregio in provincia di Viterbo, Santo Stefano di Sessanio in provincia dell'Aquila e Isola Santa in provincia di Lucca.
Cinque luoghi che hanno smesso di morire. E hanno ricominciato a vivere.






