Il borgo del Vin Cotto dove il tempo profuma di mosto e le tradizioni non svaniscono mai

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Nicola

Il borgo del Vin Cotto dove il tempo profuma di mosto e le tradizioni non svaniscono mai

Sai quel profumo che riconosci subito, anche se non sai bene cosa sia? Ecco, immaginati in un borgo di collina, una di quelle mattine d'autunno dove l'aria è fresca ma il sole scalda ancora. E tra i vicoli stretti sale questo odore dolce, intenso, che non è vino e non è marmellata. È il mosto che bolle nelle caldaie di rame. Da ore.

La cosa più lenta del mondo (e ne vale la pena)

Qui la pazienza è una religione. Prendi l'uva, la piggi, filtri il mosto e lo versi in enormi caldaie di rame. Poi accendi il fuoco e aspetti. Dieci ore. Dodici ore. A volte anche di più.

Il mosto ribolle piano, si concentra, perde metà del suo volume. Tu stai lì con la schiumarola in mano a togliere la schiuma che si forma, come se stessi meditando. Non è un lavoro, è quasi un rituale zen.

Quando finalmente è pronto, lo travasi ancora bollente in botti di legno che hanno più anni di tua nonna. E lì riposa. Sei anni, otto anni, a volte anche venti. Nel frattempo tu invecchi anche tu, ma pazienza.

Le case "costruite per il vin cotto"

La cosa assurda? Qui i palazzi del centro storico sono stati progettati apposta per questa roba. Non scherzo: ci sono spazi studiati per pigiare l'uva e stanze abbastanza grandi da ospitare quelle caldaie enormi.

Non sono cantine qualsiasi. Sono architetture pensate per la produzione. Quando una tradizione diventa così radicata che ti modifica pure l'urbanistica del paese, capisci che non è solo folklore da cartolina.

Quello che esce dopo anni di attesa

Il colore te lo dico subito: ambrato scuro, con riflessi che virano al rosso mattone e all'oro. Tipo tramonto in bottiglia, se vuoi fare il poetico.

Il profumo? Frutta cotta, caramello, miele. Roba che ti fa venire voglia di Natale anche ad agosto.

Il sapore è dolce ma non stucchevole, morbido, persistente. Gradazione tra i dodici e i quindici gradi. Non è il vino che scoli davanti alla tv. È quello che tiri fuori quando hai voglia di rallentare, magari con dei biscotti secchi o una fetta di crostata.

Una tradizione che funziona ancora

Il bello è che non è finita in un museo. Le famiglie lo fanno ancora in casa, tramandando ricette che nessuno si sognerebbe di scrivere. Gli anziani lo bevono a pranzo, lo usano per insaporire le carni, ci fanno il sugo dei vincisgrassi (che sono tipo lasagne, ma marchigiane e più buone).

C'è pure chi giura che curi tosse e raffreddore. Non so se sia vero, ma a questo punto chi glielo dice?

A fine agosto, da cinquantadue anni, fanno una festa dedicata. Arrivano migliaia di persone, il centro si trasforma in una specie di parco giochi enogastronomico: cantine improvvisate per le strade, stand gastronomici ovunque, musica jazz, blues, rock nelle piazzette.

Puoi assaggiare il vin cotto in tutte le salse possibili. Letteralmente: c'è gente che ci abbina di tutto, dal dolce al salato e funziona sempre.

Il castello che vigila dall'alto

Dal punto più alto del paese c'è il castello Brunforte. Costruito nel Seicento sopra i resti di un vecchio accampamento romano, è uno di quei posti che fanno impressione anche solo a guardarlo.

Per secoli ha ospitato un monastero di suore di clausura. Dentro c'è ancora la cucina seicentesca perfettamente conservata, con tutti gli attrezzi originali. Sembra di entrare in una macchina del tempo, giuro.

Da lassù lo sguardo ti porta fino all'Adriatico da una parte, ai Sibillini dall'altra. Panorama da cartolina, quello vero.

Ecco il borgo del Vin Cotto

Questo posto si chiama Loro Piceno. Provincia di Macerata, una ventina di chilometri a sud del capoluogo.

È considerato "la patria del vin cotto marchigiano". E non è una di quelle cose che si dicono per darsi un tono: c'è pure un museo permanente dedicato agli attrezzi e agli utensili per la produzione, allestito negli spazi accanto al chiostro della Chiesa di San Francesco.

Il vin cotto ha una storia lunghissima. Plinio il Vecchio ne parlava nel primo secolo dopo Cristo come di una delle bevande dolci più ricercate d'Italia. Columella ne descriveva la preparazione con un metodo praticamente identico a quello che usano oggi.

Duemila anni dopo, è ancora lì. Resiste alle mode, alla modernità, al consumismo usa e getta. Dove il tempo profuma davvero di mosto e dove le tradizioni, quelle vere, non hanno nessuna intenzione di svanire.

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Nicola

Appassionato di viaggi e cultura, ama esplorare città, borghi e luoghi meno battuti. Racconta ciò che scopre con curiosità e uno sguardo attento ai dettagli che fanno la differenza.

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