Ottanta milioni di anni fa, dove oggi si estende il Carso triestino, non c'erano rocce bianche né sentieri battuti dal vento. C'era il mare. Un mare caldo, tropicale, punteggiato da isole basse coperte di vegetazione lussureggiante. Su quelle terre emerse, in un paesaggio che ricordava i Caraibi più che il Nordest italiano, camminavano dinosauri.
Non è un'immagine da documentario. È quello che la scienza ha ricostruito, fossile dopo fossile, in uno dei giacimenti paleontologici più straordinari del continente europeo. Un luogo dove la roccia ha conservato segreti per milioni di anni, prima di restituirli.
I primi resti
Tutto cominciò nel 1994, quando una studentessa di geologia dell'Università di Trieste, Tiziana Brazzatti, notò qualcosa di anomalo tra i calcari di una vecchia cava dismessa. Erano ossa fossili, in parte affioranti dalla roccia. Appartenevano a una zampa anteriore. Ma di cosa? Il sito, in realtà, era già noto dal 1984, quando due appassionati di paleontologia, Alceo Tarlao e Giorgio Rimoli, avevano individuato i primi resti fossili nella zona. Ma fu la scoperta di Brazzatti a cambiare tutto.
La risposta arrivò con gli scavi successivi e fu clamorosa: sotto la superficie si nascondeva lo scheletro quasi completo di un dinosauro, con le ossa ancora in connessione anatomica, esattamente nella posizione in cui l'animale era morto milioni di anni prima.
Un ritrovamento rarissimo, non solo per l'Italia, ma su scala mondiale.
Antonio, il dinosauro che ha riscritto la storia
Il fossile venne soprannominato Antonio. Il suo nome scientifico, assegnato nel 2009 dal paleontologo Fabio Marco Dalla Vecchia, è Tethyshadros insularis, che significa "adrosauro della Tetide insulare". Era un erbivoro dal corpo compatto, lungo circa quattro metri, con un curioso becco dotato di punte sporgenti e zampe posteriori allungate, adatte alla corsa.
Estrarlo dalla roccia non fu semplice. Vennero rimossi oltre 300 metri cubi di calcare utilizzando la tecnica del filo diamantato, la stessa impiegata nelle cave di marmo del Carso. Una volta estratto, il fossile fu trattato con acido formico diluito per 2.800 ore di lavoro, necessarie a liberare le ossa dalla matrice rocciosa senza danneggiarle.
Il risultato ripagò ogni sforzo. Antonio è oggi considerato uno dei dinosauri più completi e meglio conservati al mondo, nonché il primo dinosauro italiano rinvenuto in posizione stratigrafica, un dettaglio fondamentale per comprendere l'ambiente in cui viveva.
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Un intero mondo nascosto nella roccia
Ma Antonio non era solo. Nella stessa area, durante le operazioni di scavo, emerse un secondo scheletro, ribattezzato Bruno. Più grande, lungo circa cinque metri, con una particolarità unica: le sue ossa si trovano su una piega geologica che curva lo scheletro di 180 gradi, un caso senza precedenti nella paleontologia mondiale.
Uno studio pubblicato nel 2021 su Scientific Reports, coordinato da Federico Fanti dell'Università di Bologna, ha rivoluzionato le conoscenze sul sito. I ricercatori hanno scoperto che il giacimento ospita i resti di almeno sette individui, forse undici, tutti appartenenti alla stessa specie. Si tratta del primo vero branco di dinosauri mai documentato in Italia.
Lo stesso studio ha retrodatato il sito a circa 80-81 milioni di anni fa, dieci milioni di anni più antico di quanto si credesse inizialmente. E ha dimostrato che Antonio non era un esemplare adulto nano, come ipotizzato in precedenza, ma un individuo giovane di una specie dalle dimensioni normali per il suo gruppo.
Non solo dinosauri
Il giacimento, esteso su una superficie di appena venti metri per settanta, ha restituito molto altro: resti di coccodrilli appartenenti alla specie Acynodon adriaticus, piccoli pesci, gamberetti, vegetali fossili e persino un frammento di osso di pterosauro. Un intero ecosistema conservato nella pietra, una finestra spalancata su un mondo scomparso.
Grazie alla collaborazione con Elettra Sincrotrone Trieste, i paleontologi hanno potuto osservare l'interno delle ossa fossilizzate senza danneggiarle, ricostruendo persino il sistema di vasi sanguigni nel becco di Antonio. Come se la roccia fosse diventata trasparente.
Dove si trova?
Questo luogo straordinario si trova a pochi chilometri da Trieste, nel comune di Duino-Aurisina, lungo la costa che corre tra le falesie e il castello di Duino. È il Villaggio del Pescatore, un sito classificato come geosito tutelato e riconosciuto come l'unico giacimento a dinosauri d'Italia.
Lo scheletro originale di Antonio, insieme ad altri reperti del giacimento, è esposto nelle sale di paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. Un luogo dove un animale vissuto ottanta milioni di anni fa continua, in silenzio, a raccontare la propria storia a chiunque abbia la curiosità di ascoltarla.






